Non l’avevo invitata ed ora vive con me — è arrivata l’Estate.
Questa è una storia vera e piena di dettagli: la protagonista vive da sola poi arriva l’Estate — una donna viva, sfacciata, poetica e un po’ invadente. Resta con lei si insinua nel quotidiano e lo trasforma. È ironica e tenera silenziosa e fisica e come tutte le cose belle non dice mai quando se ne andrà.
Prenditi tempo per leggerlo*, come una cosa piccola ma piena.
*colonna sonora consigliata: Estate, Bruno Martino
Estate quest’anno è arrivata a piedi senza fare rumore scegliendo i margini di una sera in cui si può finalmente cenare fuori, del primo giorno senza calze, della notte in cui dormi con tutto aperto e ti svegli senza freddo. Non è puntuale, Estate, si fa aspettare si lascia nominare e soprattutto non si scusa per il caldo il sudore le finestre spalancate che fanno entrare polvere e cicale. Ma poi — come certe donne sicure di sé — entra nella stanza senza chiedere permesso. Appoggia la sua borsa vicino alla porta, si sfila i sandali, si siede sul pavimento fresco. Guarda intorno come per dire: bene, adesso sono qui.
Estate non si scusa mai del suo arrivo e porta con sé tutto quello che ha anche il disordine; non è elegante è viva e sa di frutta troppo matura, di crema solare spalmata in fretta di panni stesi tra una telefonata e l’altra. Estate non arriva mai per caso ci pensa da settimane si prepara a lungo con calma teatrale come fanno le ospiti importanti. Fa liste su liste — di cosa portare cosa lasciare cosa dimenticare apposta e poi, quando tutto è pronto, parte e parte all’alba con un modo tutto suo di arrivare senza prendere treni senza prendere taxi.
Viaggia leggera ma piena come chi ha imparato l’arte dell’essenziale. Indossa un vestito di lino morbido bianco con una macchia di ciliegia; ai piedi ha sandali consumati sulle spalle uno zaino di tela dove tiene poche cose, un paio di occhiali da sole rigati di sale un libro con le pagine un po’ gonfie una bottiglia d’acqua mezza calda un piccolo sacchetto di albicocche.
Estate è una donna vera con l’età indefinibile di chi esiste da sempre, una bellezza non canonica che non ti abbaglia ma ti resta. È spettinata in modo coerente, le guance sempre un po’ rosse, i polpacci segnati da graffi di rovi o morsi di zanzare. Ha un odore di pelle salata, panni lasciati asciugare al vento e qualcosa di dolce tipo la polpa della frutta che si rovina presto. Cammina scalza sempre anche in terrazzo anche nel cortile: ha piedi vissuti duri e forti che trascina appena senza fare rumore.
Me la sono trovata in cucina una mattina di inizio giugno mentre stavo mettendo su il caffè, ancora assonnata e quando mi sono voltata era seduta lì a gambe nude, incrociate sulla sedia. Lei è entrata e ha aperto il frigo ha spostato il burro per far spazio a una ciotola di ciliegie, ha preso due bicchieri e li ha lasciati sul tavolo. Perché lei fa così, fa spazio anche quando non serve. Non è perfetta ma è piena non è eterna ma quando c’è, è tutta e se le fai spazio — davvero — lei resta un po’, nelle mani che sanno già cosa fare nei ritmi più lenti nei respiri profondi.
“Scusa,” mi ha detto. “Ma fuori era già troppo caldo.”
E da quel momento ha cominciato a vivere con me.
Le sue cose sono poche ha una borsa enorme di tela sdrucita da cui ogni giorno tira fuori qualcosa di nuovo: una tazza sbeccata un pareo a fiori una matita consumata fino all’osso. Una volta ho trovato nella tasca un mazzetto di rosmarino due mollette spaiate ed una cartolina scritta a metà. Il destinatario non c’era, solo una frase Oggi ho camminato molto. Tu? Porta in casa oggetti che sembrano usciti da una valigia di un’altra epoca. Ogni cosa ha un suo rumore un suo odore una sua temperatura. Un giorno ho trovato una ciotola piena di fichi troppo maturi l’indomani un centrino ricamato con una macchia di caffè.
Ha portato con sé anche delle abitudini ad esempio si lava i denti solo dopo aver bevuto il primo bicchiere d’acqua, quando stende i panni li divide per colore, quando legge sottolinea solo i verbi. E non sopporta i rumori elettronici, spegne il frigorifero ogni notte e lo riaccende al mattino. Lascia le scarpe ovunque, parla al basilico, scrive liste che non segue mai, appunta pensieri su foglietti volanti, poi li dimentica in tasca. Quando cucina improvvisa ed usa quello che trova come se ogni ingrediente sapesse di poter diventare qualcosa di buono. Le sue insalate sono strane a volte azzardate ma sempre piene di colore e quando taglia il pane lo fa lentamente con un rispetto antico per le cose semplici — dice che i coltelli devono essere affilati ma non arrabbiati. Una volta ha fatto bollire la pasta e ci ha messo dentro solo scorza di limone erbe ed olio: era buonissima.
Si muove per casa come se fosse sua, entra nelle stanze come se le conoscesse da sempre, si siede dove vuole e mette i piedi nudi sul tavolo. Non chiede permesso. Estate è una che non porta mai il pigiama, si addormenta tardi coi capelli umidi e si sveglia con le mani appiccicose di albicocche. Parla ad alta voce anche quando sussurra, profuma di benzina basilico e lenzuola stese al sole. Quando arriva ti disorienta un po’ ma poi capisci che è da lei che volevi farti scombinare. Ruba le coperte dal letto e le sostituisce con lenzuola di cotone leggero, aggiunge un vassoio sul balcone ed impone pause dopo pranzo insinuando pomeriggi lenti pieni di niente. Non ha un profumo definito, dipende da dove arriva: a volte sa di rosmarino a volte di benzina calda a volte di pelle salata ma quando entra la riconosci. Ti entra nelle braccia nelle caviglie nella schiena ti si incolla addosso ma senza pesare, tiene i capelli legati male come se avesse fatto altro fino a un attimo prima. Quando legge si accovaccia quando pensa si dondola quando si annoia accarezza le piante. Parla con voce bassa un po’ roca dice poi vediamo come risposta a tutto. Non promette non conferma, sospende. Legge di tutto ma solo a metà, dice che non serve sapere come va a finire. Pesca con le mani le olive dal fondo del barattolo — dice che il cucchiaio è una convenzione.
La prima settimana ha dormito sul divano in soggiorno poi ha spostato le coperte nella stanza degli ospiti anche se non le ho mai detto fosse libera. Ci ha messo la sua borsa ha sistemato i sandali sotto il letto ha appeso la camicia alla maniglia dell’armadio. Ogni mattina apre le finestre, annaffia le piante, cucina qualcosa di fresco e mi lascia in tavola un biglietto con appunti del giorno come Ricordati di togliere le lenzuola prima che il sole sia troppo alto o Le pesche non sono ancora pronte, ma stanno pensando di diventarlo. Parla pochissimo ma quando lo fa pesa ogni parola come se fosse un gesto, le sue frasi sono brevi ma ti restano addosso come certe scottature. Non ha orari a volte pranza alle quattro altre si addormenta in terrazza prima del tramonto, beve il tè freddo solo se dimenticato in frigo da almeno due giorni. Non sopporta le tovaglie troppo stirate e dice che le cose perfette fanno sudare. Non si arrabbia mai ma borbotta e lo fa con una tenerezza che ti spiazza. Se la cerchi spesso non la trovi ma basta lasciare una sedia libera o mettere su il caffè e riappare. Ama il bucato lo lava a mano lo stende piano lo annusa prima di piegarlo. Una volta l’ho trovata con la faccia affondata in una maglietta, ha detto Profuma di vita. Ha il culto delle lenzuola leggere delle camicie di lino degli asciugamani stesi fuori anche quando piove, una sera ha rammendato un calzino con un filo rosso. È generosa e caotica intensa e silenziosa. Non ti dà spiegazioni ma ti cambia le giornate e da quando è arrivata il tempo si è dilatato. Faccio meno cose ma con più presenza metto a mollo i fagiolini e poi li dimentico mi siedo per terra più spesso e lascio i piatti sporchi senza senso di colpa; lei non giudica. Se leggi sul pavimento lo fa accanto a te. Se cucini ti guarda e se non fai niente ti offre un bicchiere d’acqua con una fetta di lime ed un rametto di menta. Dice che la bellezza quella vera ha bisogno di pause e che anche le pause hanno un loro ritmo. Dice che per vivere bene bisogna ogni tanto perdersi in qualcosa che non serve e che l’ozio, se fatto bene, è un talento che non tutti lo possiedono.
Una sera mentre guardavamo il cielo cambiare colore senza dire nulla mi ha chiesto se avevo una stanza in più.
“Intendi una vera stanza?”
“No, una metaforica, un angolo che non sai bene come usare e che lasci sempre lì, sospeso.”
“L’ingresso, forse.”
“Perfetto, è mio.”
E da allora l’ingresso è diventato il suo posto ci ha messo il suo foulard, una ciotola di conchiglie, un libro lasciato aperto su una pagina senza titolo. A volte cambia tutto altre lascia che si copra di polvere. È un piccolo altare alle sue giornate, mutevole come lei, microcosmo che trasforma ogni soglia in attesa. Non so quando se ne andrà ma ogni giorno resta un po’ di più. Quando esco la lascio seduta sul terrazzo con le gambe penzoloni e quando torno ha già preparato qualcosa, un piatto di pasta fredda, un messaggio scritto col dito sul vetro appannato, un mazzo di fiori raccolti per strada.
Non dice addio non fa programmi ma se ti distrai un attimo è lì con gli occhi chiusi i capelli spettinati ed il mondo che sembra — per un istante — perfettamente allineato. Sta in equilibrio come una poesia che non finisce con il punto. Ed io ogni volta che la guardo, penso: forse questa volta resta davvero. E se anche non restasse se domani facesse le valigie e sparisse senza rumore so che qualcosa di lei resterebbe comunque, un gesto un ritmo una voglia sottile di luce. E la sensazione precisa che per un po’ siamo state bene così. E allora resto anch’io nella casa che ha imparato ad abitare con me, nelle giornate che hanno imparato a dilatarsi, nei gesti piccoli che all’improvviso sembrano bastare. Resto in silenzio con le finestre aperte e le mani bagnate, mentre lei si siede e mi guarda come se sapesse che non servono parole.
Solo una domanda alla fine “Ti dispiace se resto ancora un po’?”
