Ho questa tendenza ad ingigantire le cose uno sguardo diventa una storia, una simpatia prende subito l’aria di un innamoramento ed un dettaglio minimo si allarga fino ad occupare tutto. Succede senza che io lo decida davvero, come se il mio sguardo non fosse mai neutro: appena si posa su qualcosa, quella cosa comincia a crescere a chiedere spazio e pretendere una narrazione.
Un fiore solo, per esempio. Io non riesco a vederlo per quello che è – un fiore, appunto. Lo guardo ed immagino subito il campo intero e così le stagioni, il vento, il modo in cui quel campo cambierà colore. Forse è un eccesso di fiducia o una sproporzione cronica, per molto tempo ho pensato ad un difetto, che avrei dovuto imparare a misurare meglio le cose, a tenerle al loro posto. A non caricarle di significati che non mi erano stati concessi, non fare promesse interiori che nessuno mi aveva chiesto. Poi ho capito che non è solo un mio modo di esagerare ma un mio modo di abitare il mondo. Parto sempre dal poco e gli credo moltissimo, un gesto mi basta per pensare a tutto il resto, una frase detta bene mi fa immaginare una conversazione lunga anni ed un segno di apertura mi sembra già una porta.
Certo, a volte sbaglio le proporzioni, scambio un’ombra per casa, un’ipotesi per certezza, un fiore per campo che, chissà, se oserà mai nascere. Ma c’è una cosa che so: preferisco questo modo di guardare – imperfetto sbilanciato e fiducioso – ad uno sguardo che resta fermo e che non rischia. Perché un fiore che esagera è un fiore che tenta, un campo che non osa, invece, resta vuoto.
E se ogni tanto mi ritrovo con le mani piene di significati che non trovano riscontro va bene così. Fa parte del patto che ho stretto con le cose: le guardo come se potessero diventare molto più di quello che sono e accetto il rischio. Ed è così che scrivo, così che vivo, così che mi muovo tra le persone, stagioni, giorni. Parto da un fiore e vedo se il campo – con calma – decide di arrivare.
