Ogni primo del mese faccio una cosa, quando un mese finisce, un altro comincia, e mi sembra che meriti di essere salutato: mando messaggi. Buon primo marzo, buon primo novembre, buon primo luglio. Piccoli auguri che sicuramente non cambiano la vita di nessuno ma che, per me, hanno il sapore dei rituali. Ed io dei rituali mi fido molto più che delle grandi rivoluzioni.
Perché i rituali tengono insieme le giornate, sottili cuciture. E se ricevi uno dei miei messaggi il primo del mese, una cosa posso dirtela, ossia che forse un po’ ti amo perché gli auguri del primo del mese non li faccio a tutti, ma solo a quelle persone con cui mi piacerebbe attraversare anche il tempo.
Finché non arriva agosto ed ogni anno succede la stessa cosa, scrivo buon primo agosto, e lo scrivo davvero, ma dentro di me penso già al primo settembre. Confessione impopolare perché agosto piace a tutti, mese delle fotografie perfette, spiagge e piedi nella sabbia, cene che finiscono tardissimo. Costellazioni, stelle cadenti.
Io, invece, agosto lo sopporto con maleducazione e con maleducazione non riesco ad amarlo. Perché agosto sospende tutto, le città cambiano voce, le persone spariscono, le mail non arrivano. Ed io, che vivo benissimo dentro le piccole ripetizioni – ci vediamo martedì? il cappuccino nello stesso bar, Porta Palazzo al venerdì, liste su liste di cose da fare – mi ritrovo improvvisamente senza punti cardinali.
Quindi sì, agosto è un mese che mi toglie la geografia mentre mi costringe a stare in un tempo senza appuntamenti. Così, siccome con il tempo vuoto non ho mai avuto un rapporto semplicissimo, provo ad ingannarlo. Leggo, tanto, e compro libri come se settembre fosse un esame ed io dovessi prepararmi. Scrivo riempiendo quaderni di inutili appunti. Cammino e annuso pomodori al mercato, faccio qualunque cosa pur di dare una forma ai giorni perché il tempo, se non lo riempi di piccoli gesti, finisce per allargarsi troppo e quando si allarga troppo, mi mette paura.
Poi, però, ogni anno succede una cosa, una mattina l’aria cambia appena, la luce diventa di un poco obliqua, qualcuno compra un quaderno nuovo e qualcun altro dice ci vediamo a settembre. Ed è lì che mi sento tornare a casa, non perché settembre sia migliore, ma perché settembre mi promette una cosa che agosto non mi sa dare: la continuità. E allora le giornate ricominciano ad assomigliarsi, le agende si riempiono ed io torno a bearmi del romanticismo di una routine. Perché ci sono persone che si innamorano dei colpi di scena, e chi – come me – di ciò che è ricorrente. Del ci vediamo martedì? cappuccino nello stesso bar, Porta Palazzo il venerdì, il primo del mese.
Quindi, quando arriverà settembre, farò come sempre, scriverò alle persone che amo buon primo settembre. E questa volta, lo confesso, lo penserò davvero.



