Parole

 

 

 

Passeggiando per il mercato, la natura si risveglia, e noncurante di tutto fiorisce.

Piccoli e velati consigli quotidiani.

 

 

 

Bilancio di questa metà settimana: insieme costante di minuscole felicità e sporadici gesti di gentilezza da parte di persone, natura, vita.

 

 

Quando sento questo profumo, che solo le peonie del giardino di mia mamma hanno, mi manca il fiato per un po’. È lieve, e nulla ha a che vedere con alcun altro odore nel mondo: un sentore che si palesa una sola volta l’anno, per pochi giorni, e per questo ancor più speciale. Così oggi passerà così, tra un’annusatina ed un sospiro d’amore.

Caro Autunno, ieri sera ti osservavo attraverso le gocce di pioggia che si rincorrevano sul vetro; ho visto nelle tue pepite d’acqua i colori che stan già andando smorzandosi, l’uva, le zucche, le dalie che non si trovano più.

Ho visto i primi maglioni, che poi quando abbiamo indossato il primo? E ho pensato che tempo qualche giorno e sarà ora di indossare anche un sciarpa.

Ho visto i primi film di Natale, ma davvero potevo voltar stagione senza aver pensato a te, come si deve, almeno una volta?

Erano giorni interi, quasi mesi ormai, che non scrivevo niente.

Non una frase, un pensiero, un’annotazione veloce a punta di dita.

Forse gli eventi mi han sopraffatta, le novità mi han lasciata senza respiro, proprio io che ogni sera accendo la stessa candela e già in pigiama aspetto che la sera passi a notte; forse ci son stati momenti più grandi di me, e allora quando è così io a scrivere non ci riesco.

Forse perché basta la realtà, a sentirsi altrove.

Ma il bello, sempre, è che quando ricomincio, non mi fermo.

E allora lì basta sedersi e le parole vengon da sé.

Ho avuto così tanto caldo che ho pensato, come sempre, Estate non ti sopporto.
Ma poi ho trovato delle cicale così insistenti nel loro frinire che alla fine, dopo averle ascoltate un po’, mi sembrava mi dicessero di piantarla di lamentarmi.
Ora, non so se le cicale possano davvero parlare, fatto sta che grazie a loro ho smesso di aver caldo e di colpo il sole è diventato motivo per vedere il cielo ancora più blu.

C’è questo tavolo vecchissimo, nella cucina della casa al mare; ha gli angoli sbeccati, le gambe la cui vernice spesso si stacca, per finire inesorabile sul pavimento.
Ha delle macchie, sembra persino un po’ storto.
Eppure, qualsiasi cosa ci si appoggi sopra, sembra illuminarsi, prender nuova vita, portavoce di una nuova storia.
E così, un’albicocca diventa meraviglia, ed un semplice caffè tutto ciò che ci si aspettava dalla vita.
Che bella cosa, le cose vecchie.

Sono giorni di fuoco.

Giorni così caldi che ci si chiede se se ne sono già vissuti di così, nella vita: mattine in cui il sole non è clemente e notti per cui la luna non ha abbastanza forze.

Ore in cui il vento è un regalo.

Ma se si riesce a fermarsi un secondo, e pensare che esistono il mare, e le stelle cadenti, conviene sedersi e guardare che passi, ché a Settembre, poi, il lento incedere, il profumo di fico al meriggio, saranno sorriso.

Caro Agosto, non ti ho mai amato.
Sei stato il mese prima dell’inizio della scuola, degli esami, del ricominciare qualcosa che con la prima Estate si era messo in pausa; sei stato gli addii agli amori al sapor di sale.
Ti sei fatto sale, fatto mare.
Lieve speranza, hai portato buoni propositi, porto di novità.
Non ti ho mai amato, ma se dovessi provare a farlo, inizierei dedicandoti colori che scaldano le palpebre e fan tremare le mani; poi si vedrà.

Io, anche quando sono in vacanza, non sono mai in vacanza.
La mia mente va, e gira, ritorna e riparte, pensando sempre a ciò che sarà dopo.
Così, se sono in spiaggia a prendere il sole, penso al libro che mi aspetta a casa, e se poco dopo sono a leggere penso a cosa dovrò fare a Settembre.
La cosa bella è che poi a Settembre mi stupisco che l’estate sia già finita, e di quanto sia stata bella.
Allora mi consolo e lascio la mia mente libera ancora un po’ di perdersi in sconclusionati e leggeri pensieri.

Di sera, spesso, mi viene la malinconia.
Mi capita di guardare fuori dalla finestra e rattristarmi, o sedermi sul letto, a giorno finito, e sospirare.
Ho pensato che sia perché carico ogni istante di così tanta gioia che poi, quando passa, per forza lascia un piccolo vuoto.
E per questo al mattino faccio cosi: metto un vestito a fiori e vado a comprarli, i fiori.
Metodi infallibili per il ritorno alla felicità.

Ho sempre avuto una scrittura in qualche modo romantica; fin da piccola, quando scrivevo per comprendere, prendevo immagini che mi erano vicine, e riempivo pagine su pagine di a volte stucchevoli pensieri.
Col crescere, ho cercato di asciugarne la visione, limando le parti più dolcigne; ho provato ad essere ferma, eliminando il personale perché le mie parole potessero arrivare senza noiose appendici private.
Oggi, che entrambi i tentativi sono falliti, scrivo perché farlo fa parte di me; oggi ridondante, domani sintetico: e cosa c’è di meglio che una penna volubile e civettuolamente capricciosa?

A volte mi chiedo cosa avrei fatto se non mi fosse piaciuto il caffè.
Cosa avrei fotografato? Cosa avrei aspettato con ansia, e bevuto ancora bollente? Cosa avrei offerto per dimostrare amore, cosa preso per ingannare il giorno?

Poi ringrazio che mi piaccia, ed impiego il tempo perso tirando un sospiro di sollievo.

Io, anche quando sono in vacanza, non sono mai in vacanza.
La mia mente va, e gira, ritorna e riparte, pensando sempre a ciò che sarà dopo. Così, se sono in spiaggia a prendere il sole, penso al libro che mi aspetta a casa, e se poco dopo sono a leggere penso a cosa dovrò fare a Settembre. La cosa bella è che poi a Settembre mi stupisco che l’estate sia già finita, e di quanto sia stata bella. Allora mi consolo e lascio la mia mente libera ancora un po’ di perdersi in sconclusionati e leggeri pensieri.

Mi rendo conto che giudico i libri dalla copertina.
Mi attraggono quelli molto colorati, con un bel titolo scritto con un font che mi piaccia: ne vedo uno, e so già se lo amerò ancor prima di sapere di cosa parli.
Allo stesso modo, quando rubo alla vita una foto, mi capita di pensare che potrebbe essere la copertina di un romanzo: ora una storia d’amore, ora il racconto di una passeggiata in giardino.
Ancora, un lungo monologo su una colazione, un piccolo dialogo su un dettaglio del tutto insignificante.
Ah, che bella cosa la fantasia.

C’è questa cosa così bella, in vacanza, che il tempo si dilata. Lo dico ogni anno, sembra che me ne stupisca, che sia una novità anziché un elemento inesorabile; forse, la sua bellezza è questa.
E così, l’attimo del prendere sotto casa bouganville  plumbago e begonia si spalanca: i colori, i profumi, le ombre contrastate si fanno sfacciati, si lanciano in ogni angolo, lo riempiono; ed un passo si fa baluardo di pomeriggi assolati in Luglio.

Mi immagino spesso di essere ad una finestra, ed assistere da spettatrice all’affaccendarsi della vita; ora una lucciola che di nuovo si palesa, ora un albero mosso dal vento che porterà la pioggia.
L’atmosfera ferma di un caldo pomeriggio d’estate, il lento calore del giorno che sfoca in tramonto.
Perdere ore a veder l’evolvere di un fiore, un filo d’erba perché no.
E chi siamo noi per non aprire le persiane, e prenderne parte?

Sono tornata a poter legare i capelli, che così riesco a pensare meglio.
Ho passeggiato tra i banchi dei contadini con i pantaloni di lino più larghi per trasformarli in rastrello; le rose di giardino, la lavanda, l’elicriso ne sono rimasti impigliati.
E sarei potuta tornare a casa ad occhi chiusi, tanto buono, e dolce, era il profumo di quella campestre scia cittadina.

Questa notte ho dormito con le finestre aperte.

Ho perso tempo a veder sul soffitto le ombre del fuori, i lenti movimenti di una foglia che sembrava addormentarsi prima di me.
Ho lasciato che gli occhi si chiudessero a tempo del grillar dei grilli, e che la pelle sperasse nell’arietta più fresca della notte.

Bentornata, estate

E se fosse che sia tutto nell’attimo in cui un attimo è finito, e quello dopo scalpita per arrivare?

Mi piacerebbe essere così brava a scrivere da poter dedicare una storia lunga il mondo alle peonie; vorrei avere tempo abbastanza per passare ogni minuto, ed ogni ora, a scovare nuovi aggettivi e parole desuete per descriverle.

Aggiungerei di continuo nuove sensazioni, ed emozioni, che si sa che a guardarle ne si prova di nuove ogni minuto; le osserverei, ed annuserei, per esser certa di non perderne un dettaglio. Scriverei, da mattina a sera, e leggerei loro quelle frasi per ché potessero sentirsi come come è la mia giornata quando le guardo: perfetta.

Ho trascorso anni interi in cui mi era insopportabile l’idea di rimanere in casa.
Odiavo avere del tempo morto, e riempivo ogni attimo all’inverosimile per esser certa di non provare noia.
In questi ultimi mesi, in cui la situazione si è ribaltata, ho imparato a dar valore alle sospensioni, ad inventar vita con cui riempirle, a proseguire minuti per capir di cosa siano composte le ore.
Così, in questo attento inizio di ritorno alla normalità, mi sono stupita di come il mio essere si sia abituato all’allenamento, imparando a rallentare anche in ciò in cui prima ero campionessa di velocità.
E mi sono ritrovata a camminare più piano, con un passo a ciò che era, ed uno a quel che sarà.

Ho questa passione per tutto ciò che non è nuovo; per tutto ciò che è in qualche modo rotto, portatore di storie nelle sue fessure, di sentimenti a bordo sbeccatura.
Amo ciò a cui il tempo ha concesso più vite, ché una non era abbastanza, che negli anni è riuscito a reinventarsi, scalfire senza distruggersi, apparire senza ostentare. Tutto ciò che non si è ancora stancato di parlare e sorridere a chi ha gli occhi per vederlo, lo spirito per goderne, come una poesia tra pertugi di piastrelle.

Stanno capitando queste mattine in cui amo perdermi; mi siedo fuori, accompagnata oggi dal freddino, oggi dai primi raggi di sole, in ascolto di quel che l’uno o l’altro abbiano da dirmi.

Abbiamo parlato sulla bellezza dei fiori di stagione, su quanto ogni giorno la brioche paia essere più buona; su quanto sia salvifica, quando gli occhi sono stanchi, una tazzina di caffè.

Ho visto la mente andar via, far piccoli voletti in grandi distanze; tornare rinnovata.
E non è forse questo a cui serve la Primavera?

Ieri ho guardato il cielo alle otto di sera, sorprendendomi ancora di come le giornate siano così sfacciate nel loro allungarsi; ho visto una nuvola molto lunga, e netta, ed altre subito sopra più paffute.
Mi è sembrato di vederci il mare, il suo orizzonte.

Così mi sono divertita a pensare a quante cose sarebbero ancora più belle se eliminassimo il concetto di confine così come lo conosciamo, e lo reinventassimo come linea di creazione per ciò che vorremmo.

In effetti il pensiero è contorto, ma così, davanti al mare che era cielo e al cielo che era mare sembrava l’essenziale.

Sono talmente agitata in questo periodo, che mi rendo conto che le frasi mi escono sconclusionate, ma non mi va di riordinarle nel rigore logico  di un ordine imposto.

Sono circondata da così tanta bellezza, che non so più chi ringraziare: non so se farlo sottovoce o urlare a gran voce, se mantenere un profilo basso davanti alla felicità, o prenderla sottobraccio e farci un balletto.

Quest’anno ho assistito ad un vero e proprio risveglio della natura, cosa che mi ha occupato gran parte delle mattinate; parlavo col rosmarino, salutavo le api, e passavo dalla rosa per un cenno d’intesa.
Son fioriti i lillà.
In cambio, loro sembravano raddoppiare di giorno in giorno le loro dimensioni.
Non so se sia merito del sole, o del mio feroce chiacchiericcio, ma nel dubbio non ho ancora smesso.

Provo sempre un brivido di emozione a tutte le prime volte di una stagione, senza curarmi del pensiero che ogni volta è già stata la prima per una lunga serie di anni che sono stati, e che saranno.
Per esempio le gemme, il profumo che cambia, quei cibi che si aspettavano e che sono tornati.
La ciclicità consolatoria di ciò che accade sempre uguale.
E non è meraviglia trovare stupore in ciò che nasce per nutrire cuori abitudinari?

Per un attimo ho perso le parole.
Non mi sono affrettata a ritrovarle. In quel silenzio improvvisato ho legato un nastro ai miei capelli corti per lasciarli parlare col vento, piccoli annunci di primavera.

Mi sono concessa un istante per pensare a quanto mi piacciano gli avverbi che finiscono in –mente-: allungano le frasi e danno, a chi le legge, il senso di avere a colloquio una persona di molte parole, senza paura di sprecarne: brutalmente, volutamente, assolutamente.

Così, per non arrivare impreparata, mi sono scelta un orario, le sei, in cui controllare, ogni pomeriggio, il cielo.
E capire, in questo modo, se le giornate si stanno allungando, ed evitare di voltarmi, una sera, e capire che l’inverno è un ricordo e nulla più.

A me San Valentino piace.
Piace perché è vero che l’amore va celebrato tutti i giorni, in ogni sua forma, ma lo è anche che avere un giorno dedicato all’innamoramento nel suo senso più ampio, male non fa.
Piace perché spinge gli animi romantici a dare il meglio di sé; altrettanto fa scoprire a chi non lo è nuove inclinazioni di attenzioni. Piace perché in fondo piace anche a chi dice non mi piace, ché a ben cercarlo un motivo per amare l’amore lo si trova: ripescando dalla memoria versi di una canzone che anni fa si sapeva a menadito, leccando il cucchiaino ancora pieno di Nutella, seguendo un dolce far niente.
Annusando lenzuola appena lavate.
San Valentino mi piace perché permette di usare le parole piacere, e amore, senza la futile preoccupazione delle ripetizioni.
Si sa d’altronde che a San Valentino di piacere e amore non se ne ha mai abbastanza.

Ricordo quando al Liceo la mia Professoressa di Italiano, il motivo per cui poi mi sono iscritta a Lettere all’Università, ci disse con naturalezza, come nell’inciso di una mezza frase buttata lì, una verità mascherata da ovvietà: nella vita nessuno inventa nulla.

Diceva che viviamo in una continua ispirazione, e che l’arte appunto, quella vera, emerge da ciò ognuno di noi può aggiungere, in ogni campo.
Nella reinterpretazione del bello, del poetico, del reale: nel complemento di ciò che siamo.
Da allora i miei occhi sono cambiati, ricercando in ogni dettaglio un frammento da poter rigettare dopo essere passato attraverso la mia essenza, creandomi ogni giorno la mia propria poesia.

E cosa c’è di più bello al mondo?

E così, in un momento di abbandono, la mia mente ha iniziato a pensare alle mie mani; ai loro movimenti, alla loro danza instancabile, all’estenuante fatica per stare al passo della testa, che le comanda, le guida, che su di loro fa affidamento.
Ho pensato alla fatica che dovremmo impiegare, allo sforzo incredibile, se ci imponessimo di lasciarle libere per davvero.
A quali giochi farebbero vibrandosi in aria.
Eppure, quegli spasmi dell’anima che si diffondono attraverso le dita, non sono vera vita?

Ho una certa difficoltà nel rimanere con i piedi per terra.

Nel guardare le cose come stanno, nel limitarmi alla realtà dei fatti senza aggiungere qualche intrinseco e nascosto significato, nel pensare che un raggio di sole sia tale, senza affidargli un altro valore.

Nel fermare una costante ricerca di scosse per il cuore.

E non vorrei mai che la concretezza di un istante potesse eludere un remoto piacere.

Tante volte ho sperato di trovare un salvagente: quando mi ritrovavo il giorno prima di un esame con ancora un libro intero da studiare, quando in un amore non mi sembrava più di avere davanti agli occhi uno strato di lucciole che mi facesse vedere tutto meraviglioso, quando il caldo non mi faceva respirare e aspettavo solo l’autunno; quando un’amicizia mi stava stretta, quando le giornate mi parevano talmente lunghe da non poterci sopravvivere, quando ero così insoddisfatta che avrei cambiato ogni dettaglio intorno a me.
Ma la cosa più bella è che io un salvagente l’ho sempre trovato: l’ho trovato in un fiore, in una pioggia improvvisa, nelle parole di un poeta, nella fetta di un dolce; in una colazione all’aria aperta, in un banco di contadini, nei rituali dell’inverno che fanno sentire protetti.
Dentro di me.
E in un filo di lucine immaginario a circondare ogni momento felice .

Mi capita, spesso, che io stia minuti interminabili, che poi dilatandosi, mi paiono infiniti davvero, a pensare a cosa vorrei fare per cancellare un blocco.
Questo blocco, che ogni tanto mi capita, è come un sassolino, non pesante, non troppo invadente, ma presente e persistente; si palesa in diversi momenti, nei più vari e mai nei più ovvi, che quando provo ad affrontarlo, occhi negli occhi, lui finge di non esserci più, mascherandosi, coprendosi.
E allora, in questi casi, inizio a scrivere, cosa non importa, che l’importante è poi che, alla fine, il sassolino l’ho spostato, ed il peso è un po’ più lieve.

Quando sono felice, di una felicità appena accennata, per un istante casuale o un avvenimento non pensato, sento come un bruciorino tra il cuore e lo stomaco; mi capita da sempre, fin da bambina, come se la mia testa mandasse una scossetta per esser sicura io mi accorga della sensazione imminente.
Forse ha paura che io possa non farci caso.
Fatto sta, che sento questo bruciorino, che è bello, bellissimo, così inatteso, non programmabile, del tutto imprevedibile, e quando la sera mi siedo al bordo del letto, un attimo prima di sdraiarmi, mi chiedo: cosa ti ha dato il bruciorino, oggi?
Mentre la mente vaga, tra le cento scintille accidentali.

Sono una fan sfegatata del dettaglio.
Dell’angolo quando potrei avere l’intero, di un rametto di pino caduto quando solo voltandomi ne avrei uno ben più alto.
Del caffè che resta sul fondo della tazzina più che di quello fumante appena versato, della singola frase anziché del libro tutto.
Dell’essenziale anziché del superfluo, del luminoso anziché del ridondante.

Ho cambiato occhiali da vista, e come li ho avuti in mano li ho inforcati con l’avidità di chi arraffa novità dimenticando, per un lasso di tempo più o meno breve, ciò che prima era esistito mostrandosi utile e spesso fondamentale.
Poco dopo, le stesse dita che erano state decise hanno ripreso la vecchia montatura, per ritrovare, nel lento gesto di appoggiarli al naso, una vecchia comodità.
Allora mi sono chiesta quanto abbiamo realmente bisogno di costanti novità, e quanto invece dovremmo allontanarci per un momento dal consueto per tornarci ed apprezzarne l’essere vecchio, storto, un po’ appannato.
E chissà se lo stesso vale per passati amori, antichi affetti, vetusti sussulti del cuore; la risposta per gli occhiali è stata facile da trovare: per il resto mi prenderò del tempo.

Adele Chiabodo
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