COSETTE

ALLEGORIA DI UNA PEONIA ovvero: il modo in cui alcune cose esistono e poi cambiano

All’inizio, la peonia è chiusa e non per timidezza ma per necessità.

Tiene tutto dentro: i petali, il colore, il profumo – se lo ha, perché non tutte le peonie profumano, e questa è una cosa che si scopre solo avvicinandosi. Da lontano sembrano uguali, perfette, piene, poi ci metti il naso vicino e capisci: alcune restituiscono, altre no.

Ma all’inizio, comunque, non si vede niente. È un bocciolo compatto, quasi severo, una promessa che non ha ancora deciso se mantenere. Sta lì, sui banchi dei contadini, tra cassette di legno e mani che sanno cosa aspettare perché le peonie di questo racconto io le immagino così: raccolte presto, appoggiate una accanto all’altra, ancora in bocciolo, ancora piene di possibilità. Le vendono senza spiegarle troppo, le prendi sulla fiducia e le scegli così, senza sapere davvero cosa diventeranno. Magari una è più grande, magari un’altra ha una piega già un po’ aperta, come se non riuscisse a trattenersi. Le stringi, le paghi, le porti via e c’è sempre un momento preciso – quello tra il banco e casa – in cui la peonia è solo tua. Ancora non è esplosa, ancora non si è mostrata davvero, sta nelle mani, nel tragitto, nella cura un po’ distratta di chi la porta.

Poi arriva il vaso o un bicchiere o una tazzina, perché no, insomma qualunque contenitore che abbia abbastanza acqua e abbastanza attenzione. E allora succede. Non subito, mai subito perché le peonie non sono fiori che si concedono in fretta. Ma ad un certo punto – spesso quando non stai guardando – qualcosa cede. Un petalo si allenta, un bordo si apre e la forma cambia fino a che, senza preavviso, sbocciano. Non c’è misura, non c’è contenimento. Si aprono completamente, occupano spazio, diventano eccessive e sono troppo: troppo grandi, piene e presenti ed è proprio lì che diventano bellissime, quando smettono di trattenersi.

Allora le guardi e pensi che forse è questo, il punto. Non il bocciolo perfetto, non l’attesa composta, ma quel momento in cui qualcosa dentro decide di non stare più fermo.

Eppure, anche lì, non dura, i petali cominciano a cadere. All’inizio uno solo, quasi per errore, poi due, poi tre. Si staccano senza dramma e senza resistenza, li trovi sul tavolo, sul pavimento, tra le pagine di un libro. Li raccogli o li lasci lì, a seconda del giorno, e la peonia cambia di nuovo. Rimane il centro, il pistillo, una struttura più essenziale, meno appariscente, ancora viva. Struttura che non è più la stessa di prima, quella che avevi scelto, ma non è nemmeno finita, è solo altro.

Che sia questo che le rende così simili a noi? Il fatto che attraversino tutto: chiusura, attesa, apertura improvvisa, eccesso, perdita. E che in ogni fase sembrino dire qualcosa di diverso senza per questo smettere davvero di esistere. Perché ci sono momenti in cui siamo boccioli: compatti, pieni, indecisi. Momenti in cui ci apriamo troppo, senza misura, senza protezione. Momenti in cui perdiamo pezzi e ci sembra di non essere più riconoscibili. E poi ci sono quei momenti più silenziosi e nudi in cui di noi resta solo l’essenziale e, stranamente, basta.

Le peonie non spiegano niente, non insegnano e non correggono mentre fanno quello che devono fare: esistono, cambiano, cedono, restano. E noi – guardandole abbastanza a lungo – impariamo poi a fare lo stesso.

 

NON È IL NUOVO

Ho letto una frase che diceva che non siamo spaventati da nuovi amori, ma da vecchie sofferenze. Ed ho iniziato a pensare: è vero?

Perché a leggerla così suona giusta. Ha quella forma delle cose che sembrano spiegare tutto in una riga sola e per un attimo ti viene quasi da crederci completamente. Poi però ci resti dentro un po’ di più e qualcosa si muove, perché se fosse davvero così semplice allora basterebbe riconoscere la paura per smettere di averne. Basterebbe dire – non è il nuovo che mi spaventa, è il passato -ed il problema sarebbe già mezzo risolto.

Ma non funziona così, il nuovo, in realtà, spaventa eccome. Non perché sia nuovo in sé ma perché ci chiede di esporci di nuovo, di rimetterci in una posizione in cui qualcosa può succedere – e quindi anche finire. E allora diventa non una questione di tempo di prima o dopo e passato o futuro, ma una questione di memoria. Non ricordiamo solo cosa è successo ma ricordiamo anche come ci siamo sentiti mentre succedeva e, soprattutto, ricordiamo il momento in cui qualcosa si è rotto. Quella sensazione lì – precisa, fisica – che resta.

E questa sensazione si ripresenta ogni volta che qualcosa somiglia, anche solo lontanamente, a ciò che è stato. Morsa allo stomaco, gambe leggere. Non serve che sia uguale: basta una somiglianza minima. Un tono, una frase, un gesto, ed il corpo riconosce prima della testa. Per questo a volte ci fermiamo, non perché non vogliamo più, ma perché sappiamo troppo bene cosa può succedere.

Eppure – ed è questo il punto che continuo a trovarmi davanti – nonostante tutto, ricominciamo. Non nello stesso modo, magari, non con la stessa leggerezza, ma ricominciamo. Diciamo a qualcosa, ci avviciniamo, restiamo un po’ di più. Non perché non abbiamo paura, ma perché, evidentemente, questa non può bastare a fermarci per sempre. E allora forse la frase andrebbe riscritta: non siamo spaventati solo dalle vecchie sofferenze né davvero dai nuovi inizi. Siamo spaventati dalla possibilità di sentire ancora così tanto.

Ma allo stesso tempo questa sensazione di non volere con la testa ma dovere con il cuore non è esattamente ciò che – nelle nostre vite – non possiamo fare a meno di cercare continuamente?

ALL’INIZIO MANCA TUTTO

Credo che, se ci si concede un lasso di tempo – la cui durata, ovviamente, varia da caso a caso – tutto si possa, in qualche modo, superare.

Prendiamo la mancanza, per esempio. Cos’è la mancanza all’inizio, appena decide di esistere? È una cosa fisica: ti prende il respiro, ti si appoggia addosso, ti attraversa le giornate senza chiedere permesso. È ovunque. Ti alzi al mattino e qualcosa – o qualcuno – manca. Ti prepari un caffè e pensi che sarebbe stato bello berlo insieme. Esci e ti viene da immaginare cosa direbbe del tempo, di quella luce un po’ incerta, di quell’aria che sembra cambiare idea. Leggi un libro e vorresti consigliarglielo. Ascolti una canzone e, da un verso, ti costruisci intere storie che sono mai esistite? Chi lo sa, ma ti sembrano comunque vere.

La mancanza, all’inizio, è totale. Occupa tutto. Non lascia spazio ad altro.

Poi però succede qualcosa – sempre, anche quando non sembra possibile. Se si aspetta e si lascia quel tempo fare il suo corso senza forzarlo, senza scorciatoie, accade che piano piano ci si abitua. Non nel senso che la mancanza smette di esistere – quello no – ma smette di fare rumore. Smette di occupare ogni pensiero ed è allora che tornano le cose. Le cose piccole, soprattutto. Si torna a ridere per la schiuma di un caffè macchiato, e lo si beve da soli. Si comprano fiori – peonie, certamente – solo per il gusto di annusarli, senza volerli raccontare a nessuno. Si cammina senza dover condividere ogni dettaglio.

E ad un certo punto – senza un momento preciso senza un segnale chiaro – ci si accorge di qualcosa: che tornando a casa non ci si stiamo più pensando. Non perché abbiamo dimenticato, ma perché, semplicemente, non serve più: lo sguardo ha da solo cambiato direzione. Non è più rivolto a ciò che manca, ma a ciò che c’è. Al modo in cui cade la luce sulle cose, al fatto, semplice ed inatteso, di stare bene dentro la propria giornata. E non è proprio questo il punto, non smettere di sentire, ma imparare a lasciare andare? Arte sottile, quella di dare tempo alla mancanza di trasformarsi, a lasciarla smettere di essere un vuoto e diventare la parte di noi più leggera, silenziosa e gentile.

E all’improvviso tornando a casa – abbracciando quelle peonie, il passo svelto – ci fermeremo a guardare quanto sia bella quella gonna – nostra e nostra soltanto – che svolazza al tempo incerto di una mattina di aprile, sentendoci irrimediabilmente guariti.

IL CAMPO CHE IMMAGINO

Ho questa tendenza ad ingigantire le cose uno sguardo diventa una storia, una simpatia prende subito l’aria di un innamoramento ed un dettaglio minimo si allarga fino ad occupare tutto. Succede senza che io lo decida davvero, come se il mio sguardo non fosse mai neutro: appena si posa su qualcosa, quella cosa comincia a crescere a chiedere spazio e pretendere una narrazione.

Un fiore solo, per esempio. Io non riesco a vederlo per quello che è – un fiore, appunto. Lo guardo ed immagino subito il campo intero e così le stagioni, il vento, il modo in cui quel campo cambierà colore. Forse è un eccesso di fiducia o una sproporzione cronica, per molto tempo ho pensato ad un difetto, che avrei dovuto imparare a misurare meglio le cose, a tenerle al loro posto. A non caricarle di significati che non mi erano stati concessi, non fare promesse interiori che nessuno mi aveva chiesto. Poi ho capito che non è solo un mio modo di esagerare ma un mio modo di abitare il mondo. Parto sempre dal poco e gli credo moltissimo, un gesto mi basta per pensare a tutto il resto, una frase detta bene mi fa immaginare una conversazione lunga anni ed un segno di apertura mi sembra già una porta.

Certo, a volte sbaglio le proporzioni, scambio un’ombra per casa, un’ipotesi per certezza, un fiore per campo che, chissà, se oserà mai nascere. Ma c’è una cosa che so: preferisco questo modo di guardare – imperfetto sbilanciato e fiducioso – ad uno sguardo che resta fermo e che non rischia. Perché un fiore che esagera è un fiore che tenta, un campo che non osa, invece, resta vuoto.

E se ogni tanto mi ritrovo con le mani piene di significati che non trovano riscontro va bene così. Fa parte del patto che ho stretto con le cose: le guardo come se potessero diventare molto più di quello che sono e accetto il rischio. Ed è così che scrivo, così che vivo, così che mi muovo tra le persone, stagioni, giorni. Parto da un fiore e vedo se il campo – con calma – decide di arrivare.

LE GIORNATE GRANDI

In inverno le giornate sono piccole e non  perché succeda meno ma perché il sole se ne va presto e si porta via un pezzo di tempo con sé. Le ore si stringono, i pomeriggi si accorciano, la luce decide quando basta così e  noi, in qualche modo, impariamo a fare entrare tutto in spazi più stretti: le cose da fare, i pensieri, perfino i desideri.

Poi, quasi senza accorgersene, succede qualcosa: il sole comincia a restare un po’ di più. Ogni sera un minuto, regalo lasciato sul tavolo senza biglietto.

All’inizio non ci fai caso, ti sembra una coincidenza ma poi lo noti: alle sei è ancora chiaro alle sette c’è una luce che indugia alle otto puoi ancora uscire senza accendere subito le lampade. Le giornate prendono coraggio. Si allungano piano, senza clamore, come fanno le cose importanti e più si allungano, più sembrano dire c’è spazio.

E arriva la primavera e arriva l’estate. Non all’improvviso ma per accumulo. Le giornate diventano grandi, si aprono, respirano, fanno posto anche a ciò a cui non avevi pensato. Un caffè preso senza guardare l’orologio, una deviazione fatta tanto abbiamo tempo, una frase che trova posto, detta tardi e detta meglio. Perché le giornate grandi non sono solo più lunghe ma solo più permissive; ti lasciano sbagliare strada, arrivare dopo, restare ancora cinque minuti e ti fanno credere – per qualche mese – che tutto sia un po’ più possibile.

Ed è lì che capisci una cosa semplice ma fondamentale: è il sole che decide le dimensioni delle cose e noi, al massimo, impariamo ad abitarle. Perché abitare una giornata piccola vuol dire scegliere cosa tenere e cosa rimandare ed abitarne una grande vuol dire allargarsi, lasciare entrare.

E se forse il segreto non fosse volere giornate sempre grandi sempre luminose sempre aperte? Ma piuttosto riconoscere in che stagione siamo – dentro e fuori – ed imparare a muoverci di conseguenza. A volte stringendo a volte lasciando spazio mentre il resto, come la luce, arriva da solo.

LA DANZA SEGRETA DELLE COSMEE

Ci sono fiori che passano inosservati fino a quando non li guardi bene e che non hanno il clamore dei girasoli né il portamento fiero delle dalie. Le cosmee sono sottili fragili all’apparenza, ma se ti fermi ad osservarle capisci che non hanno bisogno di essere al centro: sanno stare ai margini eppure danzano.

Questa mattina sono andata in uno di quei vivai che conoscono il ritmo delle stagioni meglio di qualunque calendario; c’era profumo di foglie bagnate terra scura cambiamento. Le zucche erano poggiate come comparse in attesa di una scena ed i fiori di carciofo secchi e solenni sembravano teste coronate mentre i bombi instancabili continuavano a cercare qualcosa che forse era già passato. Le dalie ostinate facevano finta fosse ancora estate. E poi in un angolo di prato mosso dal vento le cosmee. Erano lì sottili come steli d’erba e leggere come respiri, vive. Si piegavano e si rialzavano seguendo una musica che sentivano solo loro; nessun rumore nessuna pretesa solo un movimento perfetto continuo e silenzioso.

Mi sono fermata a guardarle per lunghi minuti e più le guardavo più mi sembrava che parlassero non con le parole ma con quella lingua invisibile fatta di ritmo e presenza. Dicevano che si può essere fragili e pieni di grazia che si può stare in fondo al campo e farsi notare lo stesso che si può ballare anche se nessuno guarda. Forse era solo suggestione o forse era ottobre che ogni anno torna a ricordarmi che la bellezza non ha bisogno di clamore che il mondo si muove anche quando sembra immobile e che i fiori parlano – se impari a stare in silenzio abbastanza a lungo.

Così sono uscita con una voglia nuova lasciarmi spettinare danzare anche nei giorni spenti dire meno ed ascoltare di più lasciando che qualcosa di me si muova anche se fuori tutto rallenta.

TAZZINE – QUANDO NON LE GUARDIAMO

Non è vero che gli oggetti stanno zitti, semplicemente aspettano che usciamo dalla stanza. È un segreto che conoscono tutti i cucchiaini tutte le tazzine tutti i centrini che hanno passato abbastanza tempo su una credenza. Non c’è giorno in cui non si dicano qualcosa alcuni parlano a bassa voce altri borbottano certi sbuffano appena. Ma parlano, sempre.

Nel mio soggiorno ad esempio le tazzine hanno un bel caratterino. Sono sei tre con i fiori blu due un po’ scheggiate ed una con l’oro sul bordo molto piena di sé. Vivono nella credenza secondo piano dietro una porta in vetro con una serratura finta ed ogni mattina appena chiudo la porta di casa cominciano a parlare.

«Ah! Finalmente silenzio. Quel cucchiaino continuava a sbattere contro i bordi. Maleducato», dice quella con l’oro.

«Io mi sento trascurata. Una volta servivamo il caffè agli ospiti, ora solo latte d’avena tiepido», sospira una delle scheggiate.

La loro leader, la tazzina con il fiore blu centrale, tiene le fila delle conversazioni. Le piace dire cose come: «Non siamo solo stoviglie siamo memorie in porcellana.»

La zuccheriera è molto più pigra e parla solo se interrogata ha un coperchio leggermente storto e crede che questo la renda affascinante.

«Io, comunque, ho visto tutto», dice ogni tanto alludendo a segreti mai spiegati.

Il vassoio di metallo quello delle grandi occasioni si sente ormai in pensione. Passa le giornate lamentandosi dei nuovi vassoi in bambù. «Non hanno spessore non tengono il suono delle tazzine. E poi… quel look zen? Pura presunzione.»

I piattini invece fanno gruppo a parte. Sono più giovani più frivoli ridono delle stesse cose da anni un cucchiaino che ha perso la lucidatura una macchia di tè mai venuta via e la teiera non li sopporta li chiama “i sottobicchieri evoluti”.

È un piccolo mondo insomma un microcosmo di ceramiche e opinioni. Ma non è solo una questione di parole gli oggetti hanno anche dei gesti. Cambiano posizione impercettibilmente si inclinano di qualche grado si stringono tra loro o si allontanano. Un giorno ho trovato la tazzina con l’oro tutta sola voltata verso il retro del mobile. Una punizione? Un litigio? Chissà.

Ci sono gerarchie vecchi rancori nuove alleanze. Quando ho provato a spostare la tazzina scheggiata più in vista l’aria nella credenza è cambiata sottile come un battito ma netta come a dire: “Tu non sai chi siamo ma noi sappiamo tutto di te.”

Una volta ho dimenticato la porta aperta. Sono rientrata in casa piano e mi è sembrato di sentire un tintinnio una risatina forse erano solo le finestre aperte il vento. O forse no. Perché in fondo chi può dire cosa accade quando gli oggetti restano soli?

C’è una saggezza nei vecchi cucchiai una malinconia nei bicchieri scompagnati un certo snobismo nelle posate d’argento. Ma le tazzine le tazzine sono le più vive forse perché portano con sé tutte le nostre pause tutte le conversazioni a metà tutte le mani che le hanno strette. Non servono solo il caffè ascoltano ricordano si raccontano storie e quando non le guardiamo ne inventano di nuove.

IL CONSIGLIO DEI FIORI

Il prato non aveva pretese non era uno di quei luoghi pettinati per la copertina di un libro illustrato né sfoggiava l’ordine botanico di certi giardini comunali. Era un pezzo di terra qualunque ai margini di un sentiero poco battuto dove l’erba cresceva libera i fiori sbucavano quando volevano ed il vento si prendeva certe libertà.

Quel giorno, però, succedeva qualcosa una di quelle cose che non si vedono ma si sentono e cioè: tutti i fiori del prato avevano deciso di parlare.

“Secondo me quest’estate è strana,” aveva esordito il tarassaco che aveva sempre qualcosa da dire e mai niente da nascondere. Le sue spore tremavano anche senza vento. “Arriva, poi sparisce, poi torna più sudata di prima. Una stagione incerta, come le persone incapaci di decidersi.”

“Oppure siamo noi ad essere impazienti,” rispose la lavanda, che non parlava spesso ma quando lo faceva era difficile dimenticarla. Profumava di certe cose perdute le lettere chiuse male le lenzuola di una nonna le estati che non si sono capite fino in fondo.

“L’estate ha i suoi tempi. Entra quando vuole, si siede dove vuole. E non chiede scusa.” La margherita che quel mattino si era svegliata con tutti i petali in ordine cercava di tenere alto l’umore. “Ma guardate che giornata!” esclamava, tutta protesa verso il cielo. “C’è luce, c’è silenzio. Forse dovremmo smettere di cercare e cominciare a sentire.”

Il girasole — che si era già girato tre volte nel giro di mezz’ora — sbuffava.

“Sentire cosa? Io voglio il sole. Quello vero forte totale non queste mezze luci questi raggi tiepidi che si fingono estivi. L’estate è certezza ed io oggi non la vedo.”

Un fruscio tra l’erba li fece voltare tutti dal basso e con una discrezione quasi timida si fece avanti un fiore di carota dall’aria selvatica. Stava lì da giorni forse settimane ma nessuno ci aveva mai fatto troppo caso. Un ombrello bianco e minuto con un minuscolo puntino scuro al centro un dettaglio — direbbero certi — una presenza laterale.

“Vi ascolto da un po’,” disse con voce calma. “E sapete che c’è? Forse non serve discutere se l’estate è arrivata o meno forse serve solo restare respirare questo preciso momento. Anche se non è perfetto ed anzi proprio perché non lo è.”

I fiori tutti rimasero zitti di un silenzio bello non quello imbarazzato delle discussioni non risolte ma quello delle intuizioni condivise. La lavanda annuiva il tarassaco lasciava andare una spora il girasole per una volta non si voltò. E la margherita disse solo: “Allora restiamo”.

E così fecero per ore senza dover essere altro senza rincorrere spiegazioni. Ogni tanto il vento si infilava tra i petali come una carezza mentre un’ape passava in visita posandosi brevemente senza disturbare. Ed il sole come fanno gli amici veri restava anche se non lo vedevi tutto.

SE UN TRULLO

Questo è un racconto un po’ strano un po’ fresco un po’ di pietra e un po’ di vento di Puglia. Perché questa volta a parlare è una casa — di calce di ombra fresca: un trullo. Che sta fermo, ma ascolta tutto, custodisce pezzi di chi passa e poi riparte ed ogni tanto, se lo lasci fare, racconta. Perché anche le case — se potessero — racconterebbero di noi, di chi arriva e di chi parte.

Mi chiamo Trullo ed un nome vero non ce l’ho perché da queste parti non serve, chi sta fermo non ha bisogno di essere chiamato. Io sto fermo da molto tempo, più tempo di quanto chiunque ricordi; ho muri spessi che tengono fuori il caldo, dentro il fresco e custodiscono voci che non si vogliono disperdere. Non saprei dire quanti anni ho. Ho visto i fichi crescere storti, la polvere coprire i muretti, la pioggia scavare fessure nella pietra viva. Ho visto famiglie intere sedersi fuori a sera, con le sedie in ferro battuto e le cicale a cantare senza stancarsi mai.

Dentro di me passa chiunque abbia bisogno di fermarsi, coppie che ridono piano per non svegliare i vicini, bambini che spariscono tra gli ulivi lasciando dietro di sé tracce di fango e briciole di pane; signore in vestaglie leggere che la sera spengono la luce tardissimo e viaggiatori con valigie piccole e quaderni troppo pieni. Li accolgo tutti non scelgo non giudico non mi muovo ma ascolto. Ho un punto vicino all’ingresso dove la calce si è crepata: lì si appoggiano sempre le mani come a chiedere permesso; c’è un chiodo arrugginito che tiene un cappello di paglia da due estati ed una finestra tonda, minuscola, che di notte lascia entrare un filo di vento con dentro profumo di basilico. Qualcuno mi fotografa qualcuno si siede all’ombra, schiena contro muro, gambe distese, qualcuno parla al telefono a voce bassissima come se temesse che potessi origliare troppo. Ma io origlio lo stesso e non è cattiveria: è che non ho altro da fare.

Qualche giorno fa è arrivata una ragazza portava una valigia blu troppo piccola per starci dentro un’estate. Aveva capelli annodati di fretta ed un quaderno di carta ruvida di quelli che fanno rumore quando giri pagina piano. Ha girato intorno a me tre volte forse per studiarmi forse per chiedermi il permesso. Poi si è seduta sul gradino e scarpe accanto, ginocchia piegate, ha aperto il quaderno e ha cominciato a scrivere; scriveva in silenzio ma a me arrivavano tutte le parole ed ogni tanto alzava lo sguardo verso i tralci di vite sopra la porta, come se lì trovasse i pezzi di frase che le mancavano. Quando se n’è andata ha lasciato dietro di sé un braccialetto di stoffa infilato su un ramo di fico ed io lo so che tornerà perché chi lascia qualcosa torna sempre.

Io non dormo mai e quando dentro tutto tace quando le luci si spengono quando i piatti restano nel lavello a farsi compagnia — io resto sveglio. Ascolto le rondini guardo le crepe crescere lente imparo le voci a memoria. E se solo potessi parlare forte direi a chi passa di non avere fretta che qui le ore non si contano come altrove che qui le storie non chiedono permesso: si siedono restano lasciano tracce di polvere bianca sui vestiti.

Io sono un trullo. Fermo, sì, ma pieno di cose in movimento. E se capiti da queste parti fermati appoggia la schiena al muro, chiudi gli occhi e forse sentirai le risate di chi è venuto prima di te e forse ti accorgerai che stai lasciando qualcosa anche tu. Perché non serve molto basta una parola un pensiero veloce un respiro più profondo del solito. Io tengo tutto e quando te ne andrai mai niente si perderà davvero.

ESTATE

Non l’avevo invitata ed ora vive con me — è arrivata l’Estate.

Questa è una storia vera e piena di dettagli: la protagonista vive da sola poi arriva l’Estate — una donna viva, sfacciata, poetica e un po’ invadente. Resta con lei si insinua nel quotidiano e lo trasforma. È ironica e tenera silenziosa e fisica e come tutte le cose belle non dice mai quando se ne andrà.

Prenditi tempo per leggerlo*, come una cosa piccola ma piena.

*colonna sonora consigliata: Estate, Bruno Martino

Estate quest’anno è arrivata a piedi senza fare rumore scegliendo i margini di una sera in cui si può finalmente cenare fuori, del primo giorno senza calze, della notte in cui dormi con tutto aperto e ti svegli senza freddo. Non è puntuale, Estate, si fa aspettare si lascia nominare e soprattutto non si scusa per il caldo il sudore le finestre spalancate che fanno entrare polvere e cicale. Ma poi — come certe donne sicure di sé — entra nella stanza senza chiedere permesso. Appoggia la sua borsa vicino alla porta, si sfila i sandali, si siede sul pavimento fresco. Guarda intorno come per dire: bene, adesso sono qui.

Estate non si scusa mai del suo arrivo e porta con sé tutto quello che ha anche il disordine; non è elegante è viva e sa di frutta troppo matura, di crema solare spalmata in fretta di panni stesi tra una telefonata e l’altra. Estate non arriva mai per caso ci pensa da settimane si prepara a lungo con calma teatrale come fanno le ospiti importanti. Fa liste su liste — di cosa portare cosa lasciare cosa dimenticare apposta e poi, quando tutto è pronto, parte e parte all’alba con un modo tutto suo di arrivare senza prendere treni senza prendere taxi.

Viaggia leggera ma piena come chi ha imparato l’arte dell’essenziale. Indossa un vestito di lino morbido bianco con una macchia di ciliegia; ai piedi ha sandali consumati sulle spalle uno zaino di tela dove tiene poche cose, un paio di occhiali da sole rigati di sale un libro con le pagine un po’ gonfie una bottiglia d’acqua mezza calda un piccolo sacchetto di albicocche.

Estate è una donna vera con l’età indefinibile di chi esiste da sempre, una bellezza non canonica che non ti abbaglia ma ti resta. È spettinata in modo coerente, le guance sempre un po’ rosse, i polpacci segnati da graffi di rovi o morsi di zanzare. Ha un odore di pelle salata, panni lasciati asciugare al vento e qualcosa di dolce tipo la polpa della frutta che si rovina presto. Cammina scalza sempre anche in terrazzo anche nel cortile: ha piedi vissuti duri e forti che trascina appena senza fare rumore.

Me la sono trovata in cucina una mattina di inizio giugno mentre stavo mettendo su il caffè, ancora assonnata e quando mi sono voltata era seduta lì a gambe nude, incrociate sulla sedia. Lei è entrata e ha aperto il frigo ha spostato il burro per far spazio a una ciotola di ciliegie, ha preso due bicchieri e li ha lasciati sul tavolo. Perché lei fa così, fa spazio anche quando non serve. Non è perfetta ma è piena non è eterna ma quando c’è, è tutta e se le fai spazio — davvero — lei resta un po’, nelle mani che sanno già cosa fare nei ritmi più lenti nei respiri profondi.

“Scusa,” mi ha detto. “Ma fuori era già troppo caldo.”

E da quel momento ha cominciato a vivere con me.

Le sue cose sono poche ha una borsa enorme di tela sdrucita da cui ogni giorno tira fuori qualcosa di nuovo: una tazza sbeccata un pareo a fiori una matita consumata fino all’osso. Una volta ho trovato nella tasca un mazzetto di rosmarino due mollette spaiate ed una cartolina scritta a metà. Il destinatario non c’era, solo una frase Oggi ho camminato molto. Tu? Porta in casa oggetti che sembrano usciti da una valigia di un’altra epoca. Ogni cosa ha un suo rumore un suo odore una sua temperatura. Un giorno ho trovato una ciotola piena di fichi troppo maturi l’indomani un centrino ricamato con una macchia di caffè. 

Ha portato con sé anche delle abitudini ad esempio si lava i denti solo dopo aver bevuto il primo bicchiere d’acqua, quando stende i panni li divide per colore, quando legge sottolinea solo i verbi. E non sopporta i rumori elettronici, spegne il frigorifero ogni notte e lo riaccende al mattino. Lascia le scarpe ovunque, parla al basilico, scrive liste che non segue mai, appunta pensieri su foglietti volanti, poi li dimentica in tasca. Quando cucina improvvisa ed usa quello che trova come se ogni ingrediente sapesse di poter diventare qualcosa di buono. Le sue insalate sono strane a volte azzardate ma sempre piene di colore e quando taglia il pane lo fa lentamente con un rispetto antico per le cose semplici — dice che i coltelli devono essere affilati ma non arrabbiati. Una volta ha fatto bollire la pasta e ci ha messo dentro solo scorza di limone erbe ed olio: era buonissima.

Si muove per casa come se fosse sua, entra nelle stanze come se le conoscesse da sempre, si siede dove vuole e mette i piedi nudi sul tavolo. Non chiede permesso. Estate è una che non porta mai il pigiama, si addormenta tardi coi capelli umidi e si sveglia con le mani appiccicose di albicocche. Parla ad alta voce anche quando sussurra, profuma di benzina basilico e lenzuola stese al sole. Quando arriva ti disorienta un po’ ma poi capisci che è da lei che volevi farti scombinare.  Ruba le coperte dal letto e le sostituisce con lenzuola di cotone leggero, aggiunge un vassoio sul balcone ed impone pause dopo pranzo insinuando pomeriggi lenti pieni di niente. Non ha un profumo definito, dipende da dove arriva: a volte sa di rosmarino a volte di benzina calda a volte di pelle salata ma quando entra la riconosci. Ti entra nelle braccia nelle caviglie nella schiena ti si incolla addosso ma senza pesare, tiene i capelli legati male come se avesse fatto altro fino a un attimo prima. Quando legge si accovaccia quando pensa si dondola quando si annoia accarezza le piante. Parla con voce bassa un po’ roca dice poi vediamo come risposta a tutto. Non promette non conferma, sospende. Legge di tutto ma solo a metà, dice che non serve sapere come va a finire. Pesca con le mani le olive dal fondo del barattolo — dice che il cucchiaio è una convenzione.

La prima settimana ha dormito sul divano in soggiorno poi ha spostato le coperte nella stanza degli ospiti anche se non le ho mai detto fosse libera. Ci ha messo la sua borsa ha sistemato i sandali sotto il letto ha appeso la camicia alla maniglia dell’armadio. Ogni mattina apre le finestre, annaffia le piante, cucina qualcosa di fresco e mi lascia in tavola un biglietto con appunti del giorno come Ricordati di togliere le lenzuola prima che il sole sia troppo alto o Le pesche non sono ancora pronte, ma stanno pensando di diventarlo. Parla pochissimo ma quando lo fa pesa ogni parola come se fosse un gesto, le sue frasi sono brevi ma ti restano addosso come certe scottature. Non ha orari a volte pranza alle quattro altre si addormenta in terrazza prima del tramonto, beve il tè freddo solo se dimenticato in frigo da almeno due giorni. Non sopporta le tovaglie troppo stirate e dice che le cose perfette fanno sudare. Non si arrabbia mai ma borbotta e lo fa con una tenerezza che ti spiazza. Se la cerchi spesso non la trovi ma basta lasciare una sedia libera o mettere su il caffè e riappare. Ama il bucato lo lava a mano lo stende piano lo annusa prima di piegarlo. Una volta l’ho trovata con la faccia affondata in una maglietta, ha detto Profuma di vita. Ha il culto delle lenzuola leggere delle camicie di lino degli asciugamani stesi fuori anche quando piove, una sera ha rammendato un calzino con un filo rosso. È generosa e caotica intensa e silenziosa. Non ti dà spiegazioni ma ti cambia le giornate e da quando è arrivata il tempo si è dilatato. Faccio meno cose ma con più presenza metto a mollo i fagiolini e poi li dimentico mi siedo per terra più spesso e lascio i piatti sporchi senza senso di colpa; lei non giudica. Se leggi sul pavimento lo fa accanto a te. Se cucini ti guarda e se non fai niente ti offre un bicchiere d’acqua con una fetta di lime ed un rametto di menta. Dice che la bellezza quella vera ha bisogno di pause e che anche le pause hanno un loro ritmo. Dice che per vivere bene bisogna ogni tanto perdersi in qualcosa che non serve e che l’ozio, se fatto bene, è un talento che non tutti lo possiedono.

Una sera mentre guardavamo il cielo cambiare colore senza dire nulla mi ha chiesto se avevo una stanza in più.

“Intendi una vera stanza?”

“No, una metaforica, un angolo che non sai bene come usare e che lasci sempre lì, sospeso.”

“L’ingresso, forse.”

“Perfetto, è mio.”

E da allora l’ingresso è diventato il suo posto ci ha messo il suo foulard, una ciotola di conchiglie, un libro lasciato aperto su una pagina senza titolo. A volte cambia tutto altre lascia che si copra di polvere. È un piccolo altare alle sue giornate, mutevole come lei, microcosmo che trasforma ogni soglia in attesa. Non so quando se ne andrà ma ogni giorno resta un po’ di più. Quando esco la lascio seduta sul terrazzo con le gambe penzoloni e quando torno ha già preparato qualcosa, un piatto di pasta fredda, un messaggio scritto col dito sul vetro appannato, un mazzo di fiori raccolti per strada.

Non dice addio non fa programmi ma se ti distrai un attimo è lì con gli occhi chiusi i capelli spettinati ed il mondo che sembra — per un istante — perfettamente allineato. Sta in equilibrio come una poesia che non finisce con il punto. Ed io ogni volta che la guardo, penso: forse questa volta resta davvero. E se anche non restasse se domani facesse le valigie e sparisse senza rumore so che qualcosa di lei resterebbe comunque, un gesto un ritmo una voglia sottile di luce. E la sensazione precisa che per un po’ siamo state bene così. E allora resto anch’io nella casa che ha imparato ad abitare con me, nelle giornate che hanno imparato a dilatarsi, nei gesti piccoli che all’improvviso sembrano bastare. Resto in silenzio con le finestre aperte e le mani bagnate, mentre lei si siede e mi guarda come se sapesse che non servono parole.

Solo una domanda alla fine “Ti dispiace se resto ancora un po’?”

Adele Chiabodo