COSETTE

LA SANTA DELLE ORTENSIE

Mi piace pensare che da qualche parte, nei calendari che non sono mai stati stampati, sia esistita una santa delle ortensie.

Santa non dei miracoli grandi ma delle cose minime. Delle persone che comprano fiori invece di risposte, di chi si ferma a guardare la luce sui muri, di chi prende strade più lunghe solo per vedere cosa c’è in fondo. La immagino con una corona enorme di ortensie rosa, talmente grande da nasconderle quasi il viso. E se fosse esistita una santa delle ortensie, probabilmente avrebbe avuto un carattere complicato, avrebbe protetto le persone che cambiano idea, quelle che sottolineano troppe frasi nei libri. Non avrebbe fatto grandi miracoli, quindi, magari avrebbe trasformato una giornata qualunque in qualcosa da ricordare. Un muro color terra, un pomeriggio lento, un mazzo di ortensie cosi grande da far sparire la testa.

Le ortensie, la sua aureola. Posto perfetto dove perdere i pensieri.

 

 

OGGI DAVANTI A ME C’ERA UN RAGAZZO

Oggi davanti a me c’era un ragazzo che leggeva un Adelphi rosso: Diari, di Sylvia Plath. Ed è strano perché – e chissà perché – l’ho sempre considerato un libro da donna e lo pensavo mentre a mia volta tenevo in mano un altro Adelphi, blu: Il codice dell’anima, di Hillman. Eravamo seduti uno di fronte all’altra e volevo dirglielo. Guarda che potremmo fare la pubblicità ad Adelphi, tu ed io. Oppure chiedergli se il libro gli stesse piacendo, perché avevo sempre voluto leggerlo – omettendo che l’avevo considerato da donna.

Una volta l’avrei fatto subito e avrei attaccato bottone trasformando quella scena piccola in una storia enorme e poi l’avrei raccontata a tutti, enfatizzandola – come faccio sempre. Invece stavolta no: sono rimasta zitta. Eppure lui mi guardava, di tanto in tanto, e sono quasi sicura che anche lui abbia pensato qualcosa del genere, tipo che saremmo stati bene in una pubblicità Adelphi.

O magari voleva chiedermi se quel libro fosse bello, perché aveva sempre voluto leggerlo, cosi, con quella sua copertina blu, nel momento esatto in cui certe storie non hanno bisogno di accadere davvero né di essere raccontate a qualcuno per concedersi di essere immense.

ALLEGORIA DI UNA PEONIA ovvero: il modo in cui alcune cose esistono e poi cambiano

All’inizio, la peonia è chiusa e non per timidezza ma per necessità.

Tiene tutto dentro: i petali, il colore, il profumo – se lo ha, perché non tutte le peonie profumano, e questa è una cosa che si scopre solo avvicinandosi. Da lontano sembrano uguali, perfette, piene, poi ci metti il naso vicino e capisci: alcune restituiscono, altre no.

Ma all’inizio, comunque, non si vede niente. È un bocciolo compatto, quasi severo, una promessa che non ha ancora deciso se mantenere. Sta lì, sui banchi dei contadini, tra cassette di legno e mani che sanno cosa aspettare perché le peonie di questo racconto io le immagino così: raccolte presto, appoggiate una accanto all’altra, ancora in bocciolo, ancora piene di possibilità. Le vendono senza spiegarle troppo, le prendi sulla fiducia e le scegli così, senza sapere davvero cosa diventeranno. Magari una è più grande, magari un’altra ha una piega già un po’ aperta, come se non riuscisse a trattenersi. Le stringi, le paghi, le porti via e c’è sempre un momento preciso – quello tra il banco e casa – in cui la peonia è solo tua. Ancora non è esplosa, ancora non si è mostrata davvero, sta nelle mani, nel tragitto, nella cura un po’ distratta di chi la porta.

Poi arriva il vaso o un bicchiere o una tazzina, perché no, insomma qualunque contenitore che abbia abbastanza acqua e abbastanza attenzione. E allora succede. Non subito, mai subito perché le peonie non sono fiori che si concedono in fretta. Ma ad un certo punto – spesso quando non stai guardando – qualcosa cede. Un petalo si allenta, un bordo si apre e la forma cambia fino a che, senza preavviso, sbocciano. Non c’è misura, non c’è contenimento. Si aprono completamente, occupano spazio, diventano eccessive e sono troppo: troppo grandi, piene e presenti ed è proprio lì che diventano bellissime, quando smettono di trattenersi.

Allora le guardi e pensi che forse è questo, il punto. Non il bocciolo perfetto, non l’attesa composta, ma quel momento in cui qualcosa dentro decide di non stare più fermo.

Eppure, anche lì, non dura, i petali cominciano a cadere. All’inizio uno solo, quasi per errore, poi due, poi tre. Si staccano senza dramma e senza resistenza, li trovi sul tavolo, sul pavimento, tra le pagine di un libro. Li raccogli o li lasci lì, a seconda del giorno, e la peonia cambia di nuovo. Rimane il centro, il pistillo, una struttura più essenziale, meno appariscente, ancora viva. Struttura che non è più la stessa di prima, quella che avevi scelto, ma non è nemmeno finita, è solo altro.

Che sia questo che le rende così simili a noi? Il fatto che attraversino tutto: chiusura, attesa, apertura improvvisa, eccesso, perdita. E che in ogni fase sembrino dire qualcosa di diverso senza per questo smettere davvero di esistere. Perché ci sono momenti in cui siamo boccioli: compatti, pieni, indecisi. Momenti in cui ci apriamo troppo, senza misura, senza protezione. Momenti in cui perdiamo pezzi e ci sembra di non essere più riconoscibili. E poi ci sono quei momenti più silenziosi e nudi in cui di noi resta solo l’essenziale e, stranamente, basta.

Le peonie non spiegano niente, non insegnano e non correggono mentre fanno quello che devono fare: esistono, cambiano, cedono, restano. E noi – guardandole abbastanza a lungo – impariamo poi a fare lo stesso.

 

NON È IL NUOVO

Ho letto una frase che diceva che non siamo spaventati da nuovi amori, ma da vecchie sofferenze. Ed ho iniziato a pensare: è vero?

Perché a leggerla così suona giusta. Ha quella forma delle cose che sembrano spiegare tutto in una riga sola e per un attimo ti viene quasi da crederci completamente. Poi però ci resti dentro un po’ di più e qualcosa si muove, perché se fosse davvero così semplice allora basterebbe riconoscere la paura per smettere di averne. Basterebbe dire – non è il nuovo che mi spaventa, è il passato -ed il problema sarebbe già mezzo risolto.

Ma non funziona così, il nuovo, in realtà, spaventa eccome. Non perché sia nuovo in sé ma perché ci chiede di esporci di nuovo, di rimetterci in una posizione in cui qualcosa può succedere – e quindi anche finire. E allora diventa non una questione di tempo di prima o dopo e passato o futuro, ma una questione di memoria. Non ricordiamo solo cosa è successo ma ricordiamo anche come ci siamo sentiti mentre succedeva e, soprattutto, ricordiamo il momento in cui qualcosa si è rotto. Quella sensazione lì – precisa, fisica – che resta.

E questa sensazione si ripresenta ogni volta che qualcosa somiglia, anche solo lontanamente, a ciò che è stato. Morsa allo stomaco, gambe leggere. Non serve che sia uguale: basta una somiglianza minima. Un tono, una frase, un gesto, ed il corpo riconosce prima della testa. Per questo a volte ci fermiamo, non perché non vogliamo più, ma perché sappiamo troppo bene cosa può succedere.

Eppure – ed è questo il punto che continuo a trovarmi davanti – nonostante tutto, ricominciamo. Non nello stesso modo, magari, non con la stessa leggerezza, ma ricominciamo. Diciamo a qualcosa, ci avviciniamo, restiamo un po’ di più. Non perché non abbiamo paura, ma perché, evidentemente, questa non può bastare a fermarci per sempre. E allora forse la frase andrebbe riscritta: non siamo spaventati solo dalle vecchie sofferenze né davvero dai nuovi inizi. Siamo spaventati dalla possibilità di sentire ancora così tanto.

Ma allo stesso tempo questa sensazione di non volere con la testa ma dovere con il cuore non è esattamente ciò che – nelle nostre vite – non possiamo fare a meno di cercare continuamente?

ALL’INIZIO MANCA TUTTO

 

Credo che, se ci si concede un lasso di tempo – la cui durata, ovviamente, varia da caso a caso – tutto si possa, in qualche modo, superare.

Prendiamo la mancanza, per esempio. Cos’è la mancanza all’inizio, appena decide di esistere? È una cosa fisica: ti prende il respiro, ti si appoggia addosso, ti attraversa le giornate senza chiedere permesso. È ovunque. Ti alzi al mattino e qualcosa – o qualcuno – manca. Ti prepari un caffè e pensi che sarebbe stato bello berlo insieme. Esci e ti viene da immaginare cosa direbbe del tempo, di quella luce un po’ incerta, di quell’aria che sembra cambiare idea. Leggi un libro e vorresti consigliarglielo. Ascolti una canzone e, da un verso, ti costruisci intere storie che sono mai esistite? Chi lo sa, ma ti sembrano comunque vere.

La mancanza, all’inizio, è totale. Occupa tutto. Non lascia spazio ad altro.

Poi però succede qualcosa – sempre, anche quando non sembra possibile. Se si aspetta e si lascia quel tempo fare il suo corso senza forzarlo, senza scorciatoie, accade che piano piano ci si abitua. Non nel senso che la mancanza smette di esistere – quello no – ma smette di fare rumore. Smette di occupare ogni pensiero ed è allora che tornano le cose. Le cose piccole, soprattutto. Si torna a ridere per la schiuma di un caffè macchiato, e lo si beve da soli. Si comprano fiori – peonie, certamente – solo per il gusto di annusarli, senza volerli raccontare a nessuno. Si cammina senza dover condividere ogni dettaglio.

E ad un certo punto – senza un momento preciso senza un segnale chiaro – ci si accorge di qualcosa: che tornando a casa non ci si stiamo più pensando. Non perché abbiamo dimenticato, ma perché, semplicemente, non serve più: lo sguardo ha da solo cambiato direzione. Non è più rivolto a ciò che manca, ma a ciò che c’è. Al modo in cui cade la luce sulle cose, al fatto, semplice ed inatteso, di stare bene dentro la propria giornata. E non è proprio questo il punto, non smettere di sentire, ma imparare a lasciare andare? Arte sottile, quella di dare tempo alla mancanza di trasformarsi, a lasciarla smettere di essere un vuoto e diventare la parte di noi più leggera, silenziosa e gentile.

E all’improvviso tornando a casa – abbracciando quelle peonie, il passo svelto – ci fermeremo a guardare quanto sia bella quella gonna – nostra e nostra soltanto – che svolazza al tempo incerto di una mattina di aprile, sentendoci irrimediabilmente guariti.

IL CAMPO CHE IMMAGINO

 

Ho questa tendenza ad ingigantire le cose uno sguardo diventa una storia, una simpatia prende subito l’aria di un innamoramento ed un dettaglio minimo si allarga fino ad occupare tutto. Succede senza che io lo decida davvero, come se il mio sguardo non fosse mai neutro: appena si posa su qualcosa, quella cosa comincia a crescere a chiedere spazio e pretendere una narrazione.

Un fiore solo, per esempio. Io non riesco a vederlo per quello che è – un fiore, appunto. Lo guardo ed immagino subito il campo intero e così le stagioni, il vento, il modo in cui quel campo cambierà colore. Forse è un eccesso di fiducia o una sproporzione cronica, per molto tempo ho pensato ad un difetto, che avrei dovuto imparare a misurare meglio le cose, a tenerle al loro posto. A non caricarle di significati che non mi erano stati concessi, non fare promesse interiori che nessuno mi aveva chiesto. Poi ho capito che non è solo un mio modo di esagerare ma un mio modo di abitare il mondo. Parto sempre dal poco e gli credo moltissimo, un gesto mi basta per pensare a tutto il resto, una frase detta bene mi fa immaginare una conversazione lunga anni ed un segno di apertura mi sembra già una porta.

Certo, a volte sbaglio le proporzioni, scambio un’ombra per casa, un’ipotesi per certezza, un fiore per campo che, chissà, se oserà mai nascere. Ma c’è una cosa che so: preferisco questo modo di guardare – imperfetto sbilanciato e fiducioso – ad uno sguardo che resta fermo e che non rischia. Perché un fiore che esagera è un fiore che tenta, un campo che non osa, invece, resta vuoto.

E se ogni tanto mi ritrovo con le mani piene di significati che non trovano riscontro va bene così. Fa parte del patto che ho stretto con le cose: le guardo come se potessero diventare molto più di quello che sono e accetto il rischio. Ed è così che scrivo, così che vivo, così che mi muovo tra le persone, stagioni, giorni. Parto da un fiore e vedo se il campo – con calma – decide di arrivare.

LE GIORNATE GRANDI

In inverno le giornate sono piccole e non  perché succeda meno ma perché il sole se ne va presto e si porta via un pezzo di tempo con sé. Le ore si stringono, i pomeriggi si accorciano, la luce decide quando basta così e  noi, in qualche modo, impariamo a fare entrare tutto in spazi più stretti: le cose da fare, i pensieri, perfino i desideri.

Poi, quasi senza accorgersene, succede qualcosa: il sole comincia a restare un po’ di più. Ogni sera un minuto, regalo lasciato sul tavolo senza biglietto.

All’inizio non ci fai caso, ti sembra una coincidenza ma poi lo noti: alle sei è ancora chiaro alle sette c’è una luce che indugia alle otto puoi ancora uscire senza accendere subito le lampade. Le giornate prendono coraggio. Si allungano piano, senza clamore, come fanno le cose importanti e più si allungano, più sembrano dire c’è spazio.

E arriva la primavera e arriva l’estate. Non all’improvviso ma per accumulo. Le giornate diventano grandi, si aprono, respirano, fanno posto anche a ciò a cui non avevi pensato. Un caffè preso senza guardare l’orologio, una deviazione fatta tanto abbiamo tempo, una frase che trova posto, detta tardi e detta meglio. Perché le giornate grandi non sono solo più lunghe ma solo più permissive; ti lasciano sbagliare strada, arrivare dopo, restare ancora cinque minuti e ti fanno credere – per qualche mese – che tutto sia un po’ più possibile.

Ed è lì che capisci una cosa semplice ma fondamentale: è il sole che decide le dimensioni delle cose e noi, al massimo, impariamo ad abitarle. Perché abitare una giornata piccola vuol dire scegliere cosa tenere e cosa rimandare ed abitarne una grande vuol dire allargarsi, lasciare entrare.

E se forse il segreto non fosse volere giornate sempre grandi sempre luminose sempre aperte? Ma piuttosto riconoscere in che stagione siamo – dentro e fuori – ed imparare a muoverci di conseguenza. A volte stringendo a volte lasciando spazio mentre il resto, come la luce, arriva da solo.

LA DANZA SEGRETA DELLE COSMEE

 

Ci sono fiori che passano inosservati fino a quando non li guardi bene e che non hanno il clamore dei girasoli né il portamento fiero delle dalie. Le cosmee sono sottili fragili all’apparenza, ma se ti fermi ad osservarle capisci che non hanno bisogno di essere al centro: sanno stare ai margini eppure danzano.

Questa mattina sono andata in uno di quei vivai che conoscono il ritmo delle stagioni meglio di qualunque calendario; c’era profumo di foglie bagnate terra scura cambiamento. Le zucche erano poggiate come comparse in attesa di una scena ed i fiori di carciofo secchi e solenni sembravano teste coronate mentre i bombi instancabili continuavano a cercare qualcosa che forse era già passato. Le dalie ostinate facevano finta fosse ancora estate. E poi in un angolo di prato mosso dal vento le cosmee. Erano lì sottili come steli d’erba e leggere come respiri, vive. Si piegavano e si rialzavano seguendo una musica che sentivano solo loro; nessun rumore nessuna pretesa solo un movimento perfetto continuo e silenzioso.

Mi sono fermata a guardarle per lunghi minuti e più le guardavo più mi sembrava che parlassero non con le parole ma con quella lingua invisibile fatta di ritmo e presenza. Dicevano che si può essere fragili e pieni di grazia che si può stare in fondo al campo e farsi notare lo stesso che si può ballare anche se nessuno guarda. Forse era solo suggestione o forse era ottobre che ogni anno torna a ricordarmi che la bellezza non ha bisogno di clamore che il mondo si muove anche quando sembra immobile e che i fiori parlano – se impari a stare in silenzio abbastanza a lungo.

Così sono uscita con una voglia nuova lasciarmi spettinare danzare anche nei giorni spenti dire meno ed ascoltare di più lasciando che qualcosa di me si muova anche se fuori tutto rallenta.

Adele Chiabodo